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L’arte dell’oro

L'antica tradizione dei "cuoridoro" veneziani
di Camillo Tonini

Pochi i luoghi a Venezia dove si possono ancora ammirare i cuoridoro, manufatti frutto di un’arte originaria fin dal XIII secolo del sud della Spagna, transitata a Costantinopoli e quindi approdata a Venezia, dove nel Cinquecento si contavano oltre settanta botteghe e un traffico commerciale assai attivo e lucroso.

Il cuoio decorato per le sue qualità di resistenza e isolamento veniva usato principalmente come supporto ornamentale per il rivestimento delle pareti e per vari arredi quali spalliere, paraventi, cortine, soprapporte, drappi, tappeti da tavolo, cuscini, sedie, cassoni, custodie di diverse fogge e utilizzo. Tutte le chiese più importanti avevano dotazioni complete di cuoi da tappezzeria da alternare alle pareti, da avvoltolare alle colonne e per rivestire gli altari in occasione delle maggiori celebrazioni liturgiche, come risulta dai resoconti archivistici delle visite pastorali tra Seicento e Settecento per l’inventariazione e la costatazione dello stato di conservazioni dei beni ecclesiastici. La difficile conservazione del cuoio, però, ha provocato il deperimento e, infine, la scomparsa di questo prezioso patrimonio di manufatti. Ancora esistenti nella Chiesa del Redentore rimangono gli splendidi paliotti attribuiti a Francesco Guardi, esibiti durante il periodo dei riti annuali per il voto contro la Peste. Andati irrimediabilmente perduti, invece, i cuoridoro che venivano esposti per la Festa della Salute, attualmente sostituti nel rivestimento delle quattro colonne dell’altar maggiore e delle otto che sorreggono la cupola centrale della basilica dal recente ancorché prezioso tessuto velluto soprarizzo a fondo giallo dorato con decorazioni a elementi architettonici, vegetali e floreali, prodotto dalla Tessitura Luigi Bevilacqua di Venezia.

Anche le pareti dei ricchi palazzi veneziani venivano ricoperte da questi preziosi cuoi che rallegravano di colori le stanze e durante l’inverno avevano anche funzione di difendere la temperatura. Si conservano ancora gli esiti di quest’arte nelle sale della Quarantia Criminal e dei Conservatori e gli Esecutori alle leggi a Palazzo Ducale, dove le pareti sono ricoperte da cuoridoro, tuttavia a testimonianza del loro diffuso impiego nel monumentale edificio, rimangono in alcuni ambienti i ganci in metallo che servivano ad appendere alle superfici murarie le pezze di cuoio decorate. Di straordinaria raffinatezza, nell’Armeria sono esposti diversi scudi da parata a “rotella” e vari preziosi turcassi con le decorazioni a cuoridoro.
Altri esempi accessibili al pubblico sono visitabili in una sala di palazzo Vendramin Calergi, ora Casinò municipale, e nella biblioteca di Palazzo Papadopoli, ora albergo, sul Canal Grande. Utile a questo proposito è la testimonianza di Giovanni Grevembroch riportata nel suo Gli abiti de veneziani, a corredo del disegno Fabbricatore di cuoia d’Oro, dove viene menzionato uno dei pochi nomi di artisti sopravvissuto in quest’arte: «Le suppellettili delle Case veneziane della nostra inclita Città, così delle Famiglie grandi che delle mezzane, rispetto alla bellezza e ricchezza loro, sono non che incredibili ma impossibili a descriverle. È ragionevole cosa che essendo passati tanti secoli, senza che mai Venezia fosse toccata da mano inimica non stupisce si siano preservati, ampliati di cospicui mobili.

Fra questi gli Maggiori usarono assai le Cuoia d’oro e d’argento, dipinti a fiori, e a grottesco, con animali quadrupedi e volatili, così aprendo le muraglie delle Stanze, grate all’occhio umano e lucide per la qualità della Vernice. La Veneta Nazione è sola che porta il vanto di tale antica bell’arte. Quando del 1574 fu data una pubblica Festa da Ballo al Re di Francia nella Sala del Maggior Consiglio sedevano sopra Banchi, forse lavorati da Pietro Paolo Majorani, allora il più eccellente Maestro, duecento belle gentildonne. Anche i Forastieri ambiscono simili manifatture, per il che la Spagna, la Francia, la Germania, la Fiandra, la Turchia ed il Giappone, altre volte ne fecero provvisione abbondante».
A sostenere questa notevole produzione dei cuoridoro, erano le maestranze affiliate all’Arte dei dipintori, che assieme ai disegnatori, miniatori, targheri e doratori, si raccoglievano sotto la protezione di San Luca nella Scuola eretta a Cannaregio, accanto alla Chiesa di Santa Sofia.

Lunga e laboriosa la realizzazione di questi manufatti. L’assemblaggio delle pelli avveniva per cucitura, o si procedeva più comunemente con l’incollaggio sovrapponendone i bordi. Le pelli venivano conciate bagnate, battute, levigate, tagliate a misura e ricoperte di colla per ricevere le foglie metalliche d’argento o di oro che venivano brunite per renderle lucide. I disegni erano riportati con l’impressione di una vernice scura e con rilievi a pressione. Seguiva una sapiente punzonatura con piccoli ferri «quadrati, a occhio di gallo, a spina di pesce e altre sorti» per creare un chiaroscuro tattile, come riportato con dovizia di particolari da Leonardo Fioravanti nel suo trattato Dello specchio di scientia universale. Per ultimo si procedeva alla decorazione cromatica con lacche e pigmenti coprenti con legante oleoso che, specialmente del Settecento, si accese di una smagliante gamma di colori.
Inconfondibile nella decorazione dei cuoridoro l’influenza degli stilemi tipici dell’arte islamica. Fiori e frutti naturalistici o stilizzati, tra i quali frequenti il tulipano e il melograno, si intrecciano a formare mazzi, ghirlande, festoni spesso con animali, putti, e al centro stemmi araldici e immagini devozionali. Frequenti anche le decorazioni geometriche e a grottesca.
Nel corso del Settecento cominciò ad affermarsi l’uso della carta da parati che portò quest’arte a un rapido declino. Come riporta ancora Giovanni Grevembroch negli anni Sessanta del Settecento le botteghe si erano ridotte a sette «sopra le quali vivevano circa cinquanta Uomeni e nulla più per essersi dismessa l’usanza». Dopo il 1806, con la soppressione delle corporazioni di mestiere, l’arte dei cuoridoro si spense quasi completamente.

Alla fine dell’Ottocento sopravviveva un solo artigiano capace di realizzare tali manufatti nel quale Agostino Sagredo riponeva la speranza che «potrà forse far rivivere i cuoi dorati» (A. Sagredo, Sulle consorterie delle arti edificatorie in Venezia, Venezia, 1856).
Nello stesso periodo si afferma un rinnovato interesse storico collezionistico per questa antica arte con la ricerca degli oggetti e dei lacerti che erano ancora disponibili nelle case gentilizie e finiti sul mercato antiquario. Una parte di questi, con lasciti e acquisti sono confluiti nella bella raccolta di cuoridoro di recente restaurata al Civico Museo Correr, che ci restituisce un raro, quanto diversificato repertorio della luce e dei colori di quest’arte decorativa oramai del tutto scomparsa a Venezia.

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