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Salwah e i mille acquirenti

I Giardini Pensili della contemporaneità di Al Daradji
di Matilde Corda
  • venerdì, 9 settembre 2022

Regista e scrittore iracheno, allievo della Berlinale Talents nel 2018 e della London Film School, dove ha conseguito un Master con il pluripremiato corto Children of God (2013), Ahmed Yassin Al Daradji (Baghdad, 1986) presenta l’opera prima Hanging Gardens, premiata nel 2021 nella sezione Final Cut In Venice.

Nel film l’attenzione è posta sugli effetti che una società conservatrice può avere sulla realtà maschile, sia adolescenziale che adulta, un aspetto affrontato di rado. Cosa l’ha portata a fare questa scelta?
La domanda è molto pertinente. Il film è provocatorio persino per me, ma penso che risponda a una necessità impellente. Tra l’altro, i responsabili della produzione del film sono donne e la più importante tra loro, Huda Al-Kadhumi, gestisce la casa di produzione Ishtar Iraq con un team al femminile. La sistematica esclusione delle donne nella società irachena è un suicidio collettivo della stessa. Non è forse strano che un paese antico come l’Iraq non abbia mai avuto una donna come capo di Stato? La violenza che stiamo vivendo non dovrebbe essere messa in discussione? Per questi motivi il film cerca di mostrare le anomalie di una mascolinità messa alle strette da ciò che la caratterizza.

Oltre alla vicina di Taha, l’unica figura femminile nel film è una sex doll. Potrebbe commentare questo aspetto?
Ho sette sorelle e la nostra è una famiglia conservatrice. Una delle sorelle si è sposata da giovane, un’altra ha abbandonato gli studi per sposarsi e un’altra ancora si è sposata per volere di nostro padre. Anche le altre sorelle hanno dovuto affrontare, e stanno ancora affrontando, delle esperienze difficili a causa dell’autorità maschile imposta dalle norme sociali. Non me la sono sentita di restare in silenzio e ho provato a regalare loro una vittoria e mostrare la mia solidarietà in un film che avesse unicamente figure maschili. Questo è il motivo della scelta di un cast esclusivamente maschile, perché mostrano lo squilibrio che l’assenza delle donne può portare in una società.

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Tra i suoi film figura Ahlaam (2005), girato dopo l’invasione Americana dell’Iraq del 2004. È una coincidenza che nella discarica di Baghdad l’Occidente appaia solo sotto forma di riviste corruttrici, presenza militare e spazzatura?
La presenza di metafore e allusioni non è mai una coincidenza nel film, che riporta, tra le altre cose, anche la realtà delle società sopravvissute alla guerra. L’Iraq era una prigione a cielo aperto spacciata per Stato e gli iracheni erano contemporaneamente attanagliati dalla dittatura di Saddam Hussein e dal devastante blocco economico imposto al regime di Saddam dalle Nazioni Unite. Il problema sta nel tentativo da parte dell’occupazione americana di imporre la propria visione con la forza, cercando di cancellare violentemente una pagina della storia e della memoria umana nel tentativo di imporre una visione capitalistica sull’Iraq. Io ne sono un esempio, perché sono stato arrestato dalla milizia che lavorava per l’esercito americano, dove sono poi stato torturato. L’uso dei giornali pornografici ha un duplice significato, fa riferimento al capitalismo delle società conservatrici e al conflitto tra civiltà avvenuto in Iraq. La presenza di questi giornali nel film è diretta anche ad un’audience irachena, che sta ancora attraversando una fase di transizione. Questi tre aspetti sono gli indicatori essenziali/primari per spiegare quanto è successo in Iraq, raccontato in un film che cerca di essere autenticamente iracheno e di non scadere nell’orientaleggiante.