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Cercando Laura

di Marisa Santin
  • giovedì, 8 settembre 2022

Laura Citarella, argentina, classe 1981 già a Venezia nel 2015 per realizzare il film La Mujer de Los Perros, nell’ambito di Biennale College Cinema, è oggi in concorso in Orizzonti con Trenque Lauquen, un mistery ambientato nelle praterie sconfinate della pampa argentina.

Trenque Lauquen è una cittadina della provincia di Buenos Aires. Cosa significa per lei questo luogo?
Io sono nata a La Plata ma Trenque Lauquen è il posto dove sono nati i miei genitori e dove ancora vive la mia famiglia. Alcuni di loro hanno partecipato come comparse nel film: gli zii ad esempio, e perfino la nonna ha fatto una piccola parte. Si tratta di una zona dell’area provinciale attorno a Buenos Aires; una terra di praterie sconfinate e piatte, di pampa e goucho. Ma è soprattutto il luogo dove ho trascorso la mia infanzia e le mie estati più felici. È anche un luogo che sta cambiando velocemente. Vecchi edifici – che sono stati ambientazioni perfette per il film, come la stazione radio, l’albergo e il bar – vengono continuamente distrutti per far posto a costruzioni moderne, in una corsa quasi frenetica a togliere di mezzo tutto ciò che appartiene al passato. Ho sentito il bisogno di fermare in un certo senso il tempo. Questo film è anche un desiderio di ritrarre “questa” Trenque Lauquen prima che cambi del tutto. Per me il cinema è anche questo: documentare.

Che rapporto c’è tra le tre “Laura”: lei stessa, Laura Paredes l’attrice e Laura il personaggio principale del film?
Direi che è una specie di ‘triangolo amoroso’. L’attrice Laura Paredes, che ha contribuito anche alla sceneggiatura, è una mia cara amica oltre che moglie di Mariano Llinás, con cui condivido il progetto di produzioni indipendenti El Pampero Cine. Siamo una specie di piccola famiglia. In comune con il nostro personaggio abbiamo l’amore quasi ossessivo per le storie. A tutte e tre piace ‘scovare’ narrazioni a partire da situazioni o da particolari della realtà che potrebbero sembrare insignificanti, ma che in noi scatenano una vera passione per l’invenzione.

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Il naturale e il femminile. È una linea presente nel film?
Se per femminile intendiamo qualcosa che è sempre in mutamento e che non può essere incasellato in definizioni o categorie, che rimane ambiguo e che preserva in sé tutte le potenzialità della trasformazione, allora sì, esiste una linea che lega le due presenze nel film. Non mi piace però parlare di femminile in termini di contrapposizione tra uomini e donne, non voglio fare lezioni di femminismo. Devo anche dire però [ride] che alla fine i due ‘poveri’ uomini che cercano di interpretare per tutto il film gli indizi che Laura lascia dietro di sé non fanno proprio una bella figura…

Lei ha parlato di “cartografie di libri come mappe per vivere”. Quale è la cartografia letteraria del suo film?
Avevo chiaro fin dall’inizio che ci sarebbe stato un mostro nel film, non un vero mostro ma qualcosa di misterioso e oscuro che entra sulla scena. Così quando abbiamo cominciato a lavorare sul soggetto ho riletto Frankenstein e poi sono passata ad un libro sulla vita di Mary Shelley scoprendo, fra le altre cose, che sua madre era una femminista. Questo libro mi ha portato ad un altro libro e ad un altro ancora in una specie di percorso letterario che aggiungeva di volta in volta elementi preziosi al film. In Tom Sawyer di Twain, ad esempio, ho ritrovato l’avventura, la natura, l’infanzia e in Walden di Thoreau, questa sua idea del camminare senza meta né scopo precisi. Tutti elementi che poi si trovano nel film.