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Niente è reale

La terza guerra mondiale sul set di Houman Seyedi
di Loris Casadei
  • mercoledì, 7 settembre 2022

L’attore, regista, sceneggiatore e montatore iraniano Houman Seyedi è in concorso a Orizzonti con World War III.

In tutti i suoi film vi è una grande attenzione al linguaggio del corpo. L’utilizzo di una protagonista sordomuta in World War III accentua questo tratto nella recitazione. Esigenza scenica, sfida o voglia di riportare l’essenza del teatro nel cinema?
Se c’è una predominanza del linguaggio del corpo nei miei film è una pura coincidenza e non una decisione conscia. Avere un personaggio sordomuto al centro della narrazione non solo ci ha aiutato strutturalmente nelle modalità di sviluppo della sceneggiatura ma ha anche sostenuto l’impianto tematico del film. La sua disabilità la rende svantaggiata per quanto riguarda le informazioni di cui può venire a conoscenza. Uno svantaggio per il quale alla fine pagherà il prezzo più alto.

Ai tempi di Sheeple molti critici ricordavano un’influenza di Tarantino nella sua produzione. Quali sono stati i suoi maestri? Quali registi ha ammirato nel passato?
Fra i maestri, sopra tutti direi Alejandro González Iñárritu. Il suo Amores perros ha cambiato totalmente il modo in cui guardo al cinema, mi ha davvero molto ispirato. Ammiro molto Michael Haneke e Cristian Mungiu. Inutile dire che ho ancora molto da imparare da tutti loro.

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In Occidente per cinquanta anni si è riflettuto sul calo del fabbisogno del lavoro uomo, a favore della valorizzazione della tecnica, finanza o dell’informazione. Il film ci riporta ad una umanità che lotta per sopravvivere. È un monito che vuole lanciare?
Può essere un monito o forse una reazione alla crescita della diseguaglianza sociale. La fatica di soddisfare anche i bisogni più basilari è diventata una realtà per un grande numero di persone in tutto il mondo. Tecnologia, finanza e informazione hanno miseramente mancato le loro promesse e nemmeno il lavoro di manodopera riesce più a offrire un’alternativa di sostentamento. È innegabile che la mancanza di attenzione verso le cause originarie di questa disuguaglianza non può che generare delle conseguenze disastrose.

Abbiamo creduto di cogliere alcuni tratti ironici in questo suo film molto severo, il direttore vegetariano, il commento “qui niente sembra reale” o ancora la tana sotto il pavimento, tipica di tanti film sugli ebrei e il nazismo, per non riprendere il dramma del produttore, forse un riconoscimento del coraggio, ma anche una piccola presa in giro. Vi sono stati momenti divertenti sul set?
Per precisione va detto che il commento da lei citato si riferisce al film dentro il film, che chiaramente non riesce a descrivere le atrocità della Seconda guerra mondiale, tanto da apparire comico persino agli abitanti del paese impiegati come comparse. Ciò detto, girare le scene che raccontano i crimini dei nazisti è stato per tutti noi tutt’altro che divertente. È stato orribile e talvolta spaventoso. Ho fatto di tutto per limitarne al minimo necessario le riprese in modo da non sottoporre a lungo attori e comparse alle scene nella camera a gas, ad esempio. In tutto questo il personaggio del regista vegetariano crede di star girando un buon film di critica contro dittatori e dittatori senza rendersi minimamente conto che lui stesso si ha un atteggiamento da dittatore nei confronti dei suoi sottoposti e del cast.