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Doppia coscienza

Cecilia Alemani e Lesley Lokko, identità di ricerca creativa tra Arte e Architettura
di Mariachiara Marzari

Energia contagiosa e “sicurissima calma”, due approcci diversi e un tratto in comune tra le due curatrici: l’essere fortemente radicate nella società contemporanea, con temi come equità, genere, identità al centro della ricerca creativa di entrambe.

Gli universi paralleli di Cecilia Alemani e Lesley Lokko segnano un ideale passaggio di testimone tutto al femminile dall’arte dilatata, storica e futuribile, inclusiva, militante e femminista de Il latte dei sogni alla ricerca di identità allargate, di relazione tra razza, cultura e spazio de Il Laboratorio del Futuro di Lokko. Il Presidente della Biennale Roberto Cicutto si è fatto conquistare dall’energia contagiosa di Alemani e dalla «sicurissima calma» con la quale l’architetto anglo-ghanese Lokko «si mette di fronte al mondo con un punto di vista preciso». Un filo, dunque, che non si spezza, ma che anzi si rinsalda dimostrando come l’architettura percorra terreni comuni all’arte e viceversa. Trait d’union tra le due curatrici certamente l’essere fortemente radicate nella società contemporanea: temi come equità, genere, identità sono al centro della ricerca creativa di entrambe, oggetto di indagine artistica e architettonica, con metodi assai prossimi supportati da personalità forti e risolute, come dimostrano le loro rispettive esperienze formative e professionali consumate in percorsi dai contorni ampi e dagli interessi molteplici.

Il curriculum di Alemani spazia dagli studi di filosofia alla direzione della High Line Art di New York e alla ricerca di un’arte pubblica e sociale in parallelo a spazi sperimentali e indipendenti; quello di Lokko dagli studi di ebraico e arabo a Cambridge alla direzione dell’African Futures Institute di Accra in Ghana. Fondamentale per entrambe il ruolo della letteratura e, soprattutto, della scrittura: Alemani da tempo è impegnata a curare rubriche fisse su diverse riviste; Lokko è fondatrice e direttrice del «FOLIO: Journal of Contemporary African Architecture», nonché prolifica romanziera. Nel 2004 ha pubblicato il suo primo romanzo Sundowners (Il mondo ai miei piedi, Mondadori 2004), cui sono seguiti altri 11 titoli. Il suo ultimo e prossimo volume, The Lonely Hour, uscirà nel 2023. Entrambe credono nel potere fondante dell’immaginazione e del sogno, un sogno che nell’architetto inizia e finisce con la parola Africa, che sarà al centro della prossima Esposizione d’architettura. Una prospettiva nuova e rovesciata, ma non divisiva, che ha certamente pesato molto nella scelta della nuova curatrice di Biennale Architettura. «C’è un luogo – ha infatti affermato il Presidente Roberto Cicutto – in cui tutte le questioni di equità, risorse, razza, speranza e paura convergono e si fondono. L’Africa. A livello antropologico, siamo tutti africani. E ciò che accade in Africa accade a tutti noi». Da una parte molta America (sia del Nord che del Sud), presente in maniera significativa nella mostra principale di Cecilia, dall’altra si aspetta molta Africa. In mezzo La Biennale di Venezia, da sempre vitale laboratorio contemporaneo, uno spazio in cui si pongono interrogativi sulla rilevanza dell’arte e dell’architettura per definire il mondo presente e quello a venire. Entrambe inoltre condividono un metodo di osservazione e di analisi della realtà contemporanea che non parte dal centro, bensì dalla periferia, dai margini, per poi trovare nuovi centri e nuove prospettive. Essere dalla parte sbagliata della storia offre l’opportunità di restituire nuove possibili identità personali, nazionali e transnazionali, andare oltre la globalizzazione, l’apparente status quo, l’ibridismo culturale, per esaltare l’alterità e indagare circostanze inedite nel teatro dei linguaggi del canone occidentale. Cecilia immagina nuove armonie, convivenze finora impensabili e soluzioni sorprendenti, proprio perché prendono le distanze dall’antropocentrismo.

Il latte dei sogni è un viaggio alla fine del quale non ci sono sconfitti, dove si configurano nuove alleanze generate dal dialogo fra esseri diversi (alcuni forse prodotti anche da macchine) con tutti gli elementi naturali che il nostro Pianeta (e forse anche altri) ci presenta. Il focus annunciato da Lesley Lokko per il suo Laboratorio del Futuro punta a rovesciare ciò che crediamo di sapere su dogmi e paradigmi dell’architettura, investendola di un ruolo rinnovato e vitale nella costruzione del domani. «Io vedo l’architettura come una disciplina di trasformazione e di traduzione […] che vive tra il mondo delle idee e quello delle cose. Non si limita a criticare, deve proporre soluzioni. Così ci aiuta a capire che la rottura dello schema costituito è produttiva». Cecilia Alemani e Lesley Lokko, insomma, ci dicono con lucida consapevolezza che per avviare un vero, sostanziale cambiamento delle nostre abitudini e modalità di vita è necessario smontare la logica che informa costitutivamente il modo con cui abbiamo vissuto sinora e tuttora viviamo, sia quella sociale che quella ecologica. Essere arrabbiati è solo il primo passo. Bisogna poi concretamente fare qualcosa e loro lo stanno facendo!

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