Venezia-Hollywood andata e ritorno

Lido e Academy, un dialogo che va avanti a suon di nomination
di Riccardo Triolo

Verso  una notte degli Oscar sempre più a tinte veneziane, tra globalismo cinematografico e nuove geografie di recitazione.

Diciamolo subito: la Mostra del Cinema ha sempre avuto bisogno dei dollari del cinema americano. Anche quando l’Italia, nella prima metà degli anni Trenta, stava imboccando la strada del protezionismo culturale, il mercato cinematografico americano non smise di essere il primo bacino di riferimento per i distributori italiani, e non solo. La Mostra, nata nel 1932 sulla scia di un certo globalismo economico e culturale e diventata presto la vetrina più importante sulle nuove produzioni cinematografiche mondiali, si scontrerà da subito con le tendenze autarchiche fasciste. Non sarà contento il primogenito degenere di Benito, Vittorio Mussolini, che stava lavorando duramente per intessere relazioni con Hollywood, quando dal 1939 l’affidamento alla neonata ENIC, in regime di monopolio del controllo del mercato distributivo in Italia, porterà al ritiro dal mercato italiano delle principali case di produzione americane. Diventa chiaro a quel punto quanto sia determinante il ruolo dell’industria cinematografica, calamita di ingenti capitali e fulcro di ramificati interessi, nell’assestamento culturale e politico di una nazione. La Mostra nasce come vetrina d’arte, ma è costretta da subito a muoversi in bilico tra politica ed economia, portando in seno la contraddizione – mai risolta – tra sovranismo e globalismo, tra interesse nazionale e capitale globale. Se a partire dagli anni Quaranta la nascita del circuito d’essai in Francia offrirà alla Mostra un nuovo mercato – e un competitor d’assalto: Cannes – dall’altra gli anni del Piano Marshall segneranno il prepotente ritorno del cinema alleato nel nostro Paese, così come in tutta Europa, con la conseguente riabilitazione culturale del cinema di genere e di intrattenimento. I festival, ormai teatro di riflessione critica sul cinema, svolgeranno un ruolo chiave per la diffusione di un cinema di intrattenimento ‘ma’ di qualità. Dopo il Sessantotto, questa luminosa medietà è stata inseguita da molti direttori della Mostra – ma non solo, anche di festival europei nati dopo, come Cannes, Berlino e Locarno –; il che ha finito per incidere sulla percezione del cinema americano colto e sulla sua distribuzione nel promettente mercato europeo. L’atlantismo, in piena guerra fredda, avrà nel cinema un partner molto potente.

Nel mondo polarizzato di allora, l’influenza esercitata nella cultura di massa dai prodotti americani creerà un consenso popolare decisivo per la stabilizzazione delle tensioni che animavano la società e la politica. Negli anni Ottanta l’irruzione della New Hollywood tra i vincitori del Leone d’Oro con Cassavetes; nei Novanta con Altman; nei Duemila con Lee, Aronofsky, Sofia Coppola, Del Toro, Phillips, Chloé Zhao, fino all’ultimo lavoro di Laura Poitras, All the Beauty and the Bloodshed, quest’anno candidato al premio Oscar come miglior documentario. Al di là dell’Atlantico, Hollywood ha ricambiato la cortesia candidando all’Academy award sempre più film presentati in prima mondiale a Venezia. Un crescendo significativo per le sorti della Mostra, che in un decennio è diventata dominatrice assoluta delle nuove tendenze del “cinema di qualità”, contribuendo in modo sostanziale non solo alla creazione o al consolidamento di un mercato sempre più globale e complesso, ma anche alla definizione di un canone estetico che sembra raccogliere molte delle istanze produttive e culturali seminate dal dopoguerra a oggi in seno all’industria cinematografica, riabilitando al contempo il ruolo dei festival nell’epoca della crisi delle sale. Un segno inequivocabile a riguardo è la storica visita ufficiale dell’Academy al Lido lo scorso agosto. L’obiettivo dichiarato è atlantista e globalista: Kramer per l’occasione ha infatti dichiarato di voler riunire a Venezia «la nostra famiglia del cinema », mentre Barbera ha salutato l’incontro come «l’inizio di una duratura amicizia», per chiosare poi che «Venezia ha bisogno dell’Academy, ma l’Academy ha bisogno dei festival». Il cerchio si chiude, quindi, ma su nuovi presupposti. La Mostra – l’Europa – si era già aperta a Hollywood, consolidando il Patto sul piano culturale; ora è Hollywood a riconoscere a Venezia lo status di principale vetrina di film premiati dall’Academy, ponendo di nuovo l’Europa al centro degli interessi culturali americani. Il vantaggio è molteplice: il neo-atlantismo bideniano porta con sé anche un principio di reciprocità finora inedito e molto promettente. Lo dimostrano le otto nomination agli Oscar 2023 di film presentati in prima qui al Lido (The Banshees of Inisherin, Tàr, The Whale, Living, appunto All the Beauty and the Bloodshed, Argentina 1985, Bardo e Blonde) con 24 candidature complessive ottenute, che si uniscono ai premi Oscar già vinti da pellicole passate in Mostra: quattro migliori film e sette migliori regie in nove anni. Una partnership che risolve molti nodi sul piano distributivo, a cominciare dal dualismo sala-streaming che vede Barbera e l’Academy promotori di un mercato plurale e aperto. Ora, dati gli scenari internazionali, resta da capire come la Mostra saprà mantenere quello storico equilibrio da Occidente e Oriente che ha contraddistinto da sempre Venezia e la Biennale. Il leone, intanto, è tornato a ruggire.

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