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Precario, resistente

L'arte precaria di Cecilia Vicuña premiata con il Leone d'Oro alla carriera
di Luigi Crea
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Artista, potessa, attivista. Cecilia Alemani attribuisce il Leone d’Oro alla cilena Cecilia Vicuña, che riceve il premio alla carriera insieme all’artista tedesca Katharina Fritsch, in una Biennale profondamente femminile.

Per decenni ha lavorato in disparte, con precisione, umiltà e ostinazione, anticipando molti dibattiti recenti sull’ecologia e il femminismo e immaginando nuove mitologie personali e collettive. La maestria di Vicuña consiste nel trasformare gli oggetti più modesti in snodi di tensioni e forze (Cecilia Alemani)

Cecilia Vicuña, artista, poetessa e attivista, durante la seconda metà degli anni ‘60 nelle strade della città natale, Santiago del Cile, inizia a creare diverse e inaspettate opere e performance. Nel 1971 ottiene la prima personale presso il National Museum of Fine Arts di Santiago con il suo lavoro Otoño (Autunno), che consiste nel riempire completamente una stanza di foglie d’autunno. La sua pratica artistica, dalla pittura alle installazioni, e la sua indagine sul linguaggio sono permeate di forte attivismo, come dimostrano i titoli delle sue opere che spesso sono dei veri e propri atti politici. Ne è un esempio la serie di sculture Arte precario, creata per dare voce all’emisfero meridionale, in sfida con la sua posizione di territorio colonizzato. Le precario sono installazioni e basuritas, oggetti composti da detriti, strutture che scompaiono. Di chiara radice andina, Vicuña cerca di combattere la visione data dall’Occidente ai paesi colonizzati e lo fa proprio attraverso la batalla de los significados (battaglia dei significati), nella convinzione che la sottomissione e la povertà iniziano con l’accettazione delle definizioni che altri hanno creato. Costretta all’esilio dopo il colpo di stato contro il presidente cileno Salvador Allende, durante il quale è impegnata in un periodo di studio a Londra, nel 1975 Vicuña torna in Sud America, precisamente a Bogotà.

Cecilia Vicuña Leoparda-de Ojitos, 1977
Cecilia Vicuña, Leoparda de Ojitos, 1977

Nella capitale colombiana lavora con alcune compagnie teatrali rivoluzionarie ed è proprio a questo periodo che risale l’emblematica performance Vaso de leche (1979). La lotta politica qui segue un 
filo diverso: davanti al Palazzo del Governo l’artista lega una piccola corda ad un bicchiere pieno di vernice bianca e la tira, lasciando che il ‘latte’ si sparga sul pavimento. La messa in scena reinterpreta la drammatica vicenda di 1.920 bambini morti a causa di latte contaminato prodotto da un’azienda colombiana, latte allungato con additivi nocivi allo scopo di aumentare i profitti. La performance diventa una denuncia che si allarga alle responsabilità di un Governo incapace di evitare simili crimini.
Il lavoro di Vicuña si concentra sulle connessioni, sulla tessitura e sulla sua funzione simbolica nel linguaggio in un contesto, quello andino, in cui i tessuti assumono un alto valore culturale e simbolico, facendosi portatori di nuovi significati. Utilizzando filo e stoffa come materia principale, l’artista non solo propone la tessitura come forma di partecipazione che scaturisce dalla cultura popolare, ma soprattutto la percepisce e trasmette come un modello dinamico di resistenza. Il suo lavoro, che affronta le preoccupazioni urgenti del mondo contemporaneo – distruzione dell’ambiente, diritti umani, omogeneizzazione culturale –, la sua arte ‘precaria’, al contempo intima e potente, non potevano che essere scelti e premiati da Cecilia Alemani in questa Biennale profondamente femminile.

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