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Il mito di Medea

Nella letteratura, a teatro e al cinema, i mille volti di una donna
di Loris Casadei
  • mercoledì, 7 settembre 2022

La Colchide, patria di Medea, è una regione del Caucaso, regno di Esone, padre di Giasone. Per i Greci della Tessaglia è un luogo incivile e senza leggi, terra di magie, oscurità, incantesimi e violenza. Tutti conoscono la Medea di Euripide, che prima tradisce il padre e uccide il fratello per coronare la sua fuga d’amore e poi, per vendicarsi del tradimento di Giasone, uccide i figli nati dalla loro unione. Così è anche nei pochi frammenti della Medea di Eschilo, Sofocle e Apollonio Rodio; così in Seneca, che ha come fulcro dell’opera un’accusa contro la stregoneria e che descrive Medea come un “personaggio infernale”.
Ma questa non è tutta la storia, anzi è la storia un poco ‘razzista’ dei Greci. Medea è anche l’immigrata, che nessuno vuole riconoscere, una straniera esclusa e perseguitata, una barbara che non sapeva parlare l’unica lingua degna di essere parlata.
A riprendere il mito di Medea offrendole una più ampia gamma di sfumature è Pierre Corneille nel 1635, che la vede amante tradita. Anche il dramma di Grillparzer agli inizi dell’Ottocento rifiuta l’omicidio dei figli, e, più recentemente, Claudio Magris commenta: «storia di una terribile difficoltà o impossibilità di intendersi fra civiltà diverse, un monito tragicamente attuale su come sia difficile per uno straniero cessare di esserlo veramente per gli altri».
Christa Wolf nel suo Medea. Voci del 1996 la rende innocente, vittima di un universo maschile e maschilista. Corrado Alvaro ne La lunga notte di Medea del 1949 la presenta come la icona delle donne che hanno subito una persecuzione razziale. Infine Pasolini la porta al cinema nel 1969 e qui la chiave di lettura mi sembra essere lo scontro tra la civiltà rurale della Colchide e l’affermarsi in un nuovo mondo cittadino e industriale, ove il sacro non ha più spazio. Medea si può esprimere ormai solo con sguardi, il logos non è della sua cultura.
Memorabile il grido finale della Callas nel sacrificio dei figli: «Niente è più possibile ormai».

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