Tra gli artisti più eclettici e visionari del panorama contemporaneo, Thomas Schütte è invitato da Fondation Pinault a ‘occupare’ Punta della Dogana, nella sua prima grande monografica in Italia.
Curata da Camille Morineau e Jean-Marie Gallais, la mostra Genealogies ripercorre oltre cinquant’anni della sua produzione artistica, dal 1970 a oggi, svelando il carattere ironico, inquietante e profondamente teatrale della sua opera. Nato nel 1954 a Oldenburg, Schütte ha attraversato alcune delle fasi più complesse della storia tedesca: la divisione della Germania tra Est e Ovest, la caduta del Muro di Berlino e la successiva riunificazione del Paese. Si forma all’Accademia di Düsseldorf, dove insegnava il grande Gerhard Richter, uno dei maestri che ha influenzato fortemente la sua arte. Fin dagli anni Settanta si distingue per un linguaggio artistico che mescola pittura, installazione e scultura, esplorando la fragilità della condizione umana con un registro che alterna dramma e grottesco, ironia e pathos.
Se il suo Grosse Mauer, un muro di piccole tele astratte a rappresentare dei mattoni, tutti un po’ storti e asimmetrici, realizzato nei primi anni di carriera, è una riflessione ironica sulla pittura astratta e la costruzione architettonica, è con la rilettura modernissima della scultura che Schütter aggiunge la fama internazionale. Le sue figure umane, spesso monumentali ma volutamente imperfette, sembrano a prima vista caricature della statuaria classica: volti deformati, occhi incavati, membra sproporzionate o inquietanti. L’evocazione della tradizione convive con uno spirito di dissacrazione: le sue opere rimandano tanto alle maschere teatrali quanto alle scenografie cinematografiche, ai burattini o persino alle teste conservate nei musei di scienze naturali. Schütte lavora con una straordinaria varietà di materiali: ceramica, acciaio, cera, vetro, lacca, e più raramente bronzo. Ogni opera nasce da un’ibridazione tra forme e tecniche, tra monumentalità e fragilità. Il suo lavoro è una riflessione sulla scultura come linguaggio mutevole e polifonico, in cui la tensione tra violenza e ingegno, intimità e teatralità, serietà e umorismo grottesco genera un dialogo costante con il presente.
Già vincitore del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2005, Thomas Schütte è stato recentemente celebrato dal MoMA di New York con una retrospettiva per i suoi settant’anni. La mostra di Punta della Dogana, che si inserisce in questa serie di grandi riconoscimenti, rappresenta una straordinaria occasione per esplorare il suo universo artistico complesso, immaginifico e profondamente umano.