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Ishiguro

di Loris Casadei
  • giovedì, 1 settembre 2022

LIBRO

FILM

LIVING

L’adattamento del classico Vivere (Ikiru) di Akira Kurosawa del 1952,a sua volta ispirato dal romanzo “La morte di Ivan Ilyich” (1886)di Tolstoj, è ambientato a Londra negli

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Tutti ne parlano e ne scrivono. Premio Nobel nel 2007, scrittore di successo, sceneggiatore, giapponese di nascita ma vissuto prevalentemente in Gran Bretagna e cittadino inglese: Kazuo Ishiguro è alla Mostra del Cinema nella doppia veste di giurato di Venezia 79 e di autore dell’adattamento di Ikiru (1952) di Akira Kurosawa per il film in Fuori Concorso Living del regista sudafricano Oliver Hermanus.
Quasi tutti i suoi romanzi sono stati tradotti per lo schermo, uno per tutti Non lasciarmi del 2004, che diventerà nel 2010 un film per la regia di Mark Romanek. Kazuo Ishiguro è il prototipo dello scrittore universale: difficile identificare dalla sua scrittura o dai temi che tratta sia l’origine genetica orientale che quella culturale britannica. Per sua stessa confessione sappiamo che decise di diventare scrittore e non musicista grazie alla scoperta della grande letteratura russa, in particolare Dostoevskij. Che il suo primo romanzo di successo, Un artista del mondo fluttuante, richiami Gogol non è sfuggito alla critica. Il suo settimo romanzo, Il gigante sepolto del 2015, riprende apertamente Tolkien per l’ambientazione in una mitica Britannia del V secolo. Il suo ultimo Klara e il sole, del 2021, con i suoi artificial friends androidi e i suoi bambini umani sottoposti a operazioni chirurgiche per essere “potenziati”, spesso con esiti letali (il Covid era ancora in prima pagina su tutti i quotidiani), trova un sicuro antesignano in quel capolavoro del 1920 che è Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin. I suoi temi prediletti sono quelli che ci assillano quotidianamente, dall’inquinamento al controllo sugli esseri umani da parte di autorità centrali (ricordano il Panopticon di Bentham), dalla riflessione sul senso della vita (già tema principale in Vivere di Kurosawa) all’amarezza del non poter lasciare nulla: chi si ricorda a distanza di soli sei anni di Mitoraj e delle sue grandi statue a Pompei?