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Pantheon a cielo aperto

Il lato nascosto dei Giardini di Castello
di Camillo Tonini

Per chi si reca alla Biennale, vale la pena consigliare una passeggiata nella parte dei Giardini di Castello non occupata dai padiglioni d’arte e rimasta aperta al pubblico. Ricco di riferimenti storici, l’intera area verde è un vero e proprio Pantheon a cielo aperto da scprire o riscoprire.

L’intero complesso di area verde – circa sei ettari e mezzo – fu voluto da Napoleone e rientra nel Decreto del 7 dicembre 1807 con il quale Venezia, oltre agli effetti di altri importanti provvedimenti economici, sociali e politici, veniva investita da profonde innovazioni urbanistiche, quali la creazione di pubblici giardini.

L’intervento più invasivo e costoso risultava quello nella parte orientale della città, che prevedeva l’abbattimento di diversi edifici religiosi per la creazione di un’estesa area verde, raggiungibile dal proseguimento della riva degli Schiavoni lungo la laguna e, dalla parte interna, con il tombamento del rio di Sant’Anna e la creazione della via Eugenia, poi via Garibaldi. Il progetto fu assegnato a Giannantonio Selva, architetto di successo che aveva già dato prova di capacità con la recente costruzione del Teatro la Fenice (1792). Il Selva, come suggerivano i modelli delle grandi capitali europee, consigliato dall’agronomo Pier Antonio Zorzi, ideò il nuovo giardino di gusto neoclassico con la creazione di grandi viali alberati, caffetterie, serre, una montagnola per l’osservazione panoramica e una cavallerizza, per sperimentare così anche a Venezia l’ebbrezza dell’equitazione.

Gli imponenti lavori iniziarono nel 1808 e arrivarono a conclusione nel 1810, ma fin dall’inizio non ci fu lo sperato successo che ci si attendeva. Lo spazio verde rimaneva vuoto, quasi deserto. I cittadini veneziani lo sentivano lontano, estraneo alla loro storia e alle loro tradizioni; i forestieri di passaggio, se si allontanavano dal centro, preferivano le escursioni nelle isole lagunari e a Chioggia. Con l’annessione all’Italia (1866) Venezia, da sempre contraria al culto delle personalità ma oramai allineata anch’essa alle tante altre città italiane in questa disposizione, prese a celebrare i protagonisti del Risorgimento, dedicando loro monumenti nelle pubbliche piazze.

Si iniziò col celebrare innanzitutto i campioni locali: Daniele Manin in campo San Paternian (1875) e, qualche anno più tardi, Niccolò Tommaseo in campo Santo Stefano (1882). L’opera più invasiva e costosa fu dedicata, ad ogni modo, nel 1887 a Vittorio Emanuele II, ritratto nel bronzo da Ettore Ferrari a cavallo sulla riva degli Schiavoni. Nello stesso anno, a compensare l’eccessivo ossequio verso i Savoia, un Comitato di fede repubblicana affidò allo scultore veneziano Augusto Benvenuti la realizzazione di un monumento all’eroe nazionale Giuseppe Garibaldi, per il quale dalla Municipalità fu concessa un’area nel sestiere popolare di Castello, all’accesso interno dei Giardini, lontano dal centro storico e fuori dagli itinerari d’arte dei forestieri. L’eroe è ritratto, oramai vecchio, mentre volge lo sguardo all’orizzonte, posto sopra massi rocciosi che alludono all’Isola di Caprera. Ai piedi, di schiena, rivolto al viale alberato verso la laguna, la figura di un giovane garibaldino che propone lo stesso modello usato da Benvenuti per il soldato del vicino Monumento all’esercito (1885) a memoria dei soccorsi militari portati al Polesine durante le inondazioni del 1882.

Ancora nell’intento di riqualificare la zona, durante gli stessi anni l’area dei Giardini fu scelta per ospitare l’Esposizione Artistica Nazionale (1887), manifestazione prodroma di qualche anno alla prima Biennale del 1895. Nell’occasione di quest’ultima si decise di riservare alla nuova nuova istituzione quasi due terzi dell’intera area verde, da allora Giardini della Biennale, così da renderla accessibile entro un recinto ai soli visitatori delle mostre d’arte. Quel che rimaneva del giardino sarebbe stato arricchito di nuovi monumenti cittadini a creare una sorta di Pantheon a cielo aperto dove ricordare fatti storici, glorie militari e personalità della cultura che la realtà contemporanea imponeva. Tale proposito non fu però subito intenzionale e programmato con preveggente coerenza. Sta di fatto che il repertorio di monumenti oggi presenti ai Giardini di Castello scandisce le fondamentali tappe del gusto e del sentimento nazionale entro l’arco temporale in cui furono realizzati e permette di leggere l’evoluzione, seppur parziale, dell’arte scultorea pubblica tra Otto e Novecento.

Passiamoli in rassegna. È del 1903, a due anni dalla sua morte, l’omaggio bronzeo a Riccardo Selvatico, opera dello scultore Pietro Canonica. Poeta e commediografo, già Sindaco di Venezia, l’ideatore della prima Biennale viene ritratto a mezzo busto in un enigmatico e inquieto atteggiamento pensieroso. Segue di due anni l’effige scolpita in pietra del veneziano Francesco Querini, morto tragicamente nella spedizione della Stella Polare al Polo Nord. L’esploratore è colto con tratti di accentuato verismo dallo scultore triestino Achille Tamburlini a figura intera, con accovacciati tra le gambe due cani da slitta. Tra il 1908 e il 1910 vengono scoperti i busti dei campioni della musica lirica ottocentesca a pochi anni dalla loro morte: il primo, Richard Wagner, ritratto dallo scultore tedesco Fritz Schaper; il secondo, l’energico e familiare volto di Giuseppe Verdi, scolpito dal bellunese Girolamo Bortotti. A figura intera è il possente monumento a Gustavo Modena (1910), attore e patriota nato a Venezia, interprete instancabile della tradizione teatrale italiana, qui ritratto da Carlo Lorenzetti, gloria della scultura locale, nell’atto di declamare versi. Completa la teoria di opere in onore di importanti personaggi della cultura l’aulico e assai retorico monumento di Annibale De Lotto dedicato a Giosuè Carducci (1910), rappresentato in busto sopra una stele con alla base un’aquila ad ali spiegate.

La Grande Guerra interromperà bruscamente questa sequela progressiva di celebrazioni ad arte. Non vi è né tempo né umore per erigere nuovi monumenti e la sola preoccupazione è proteggere dai bombardamenti aerei quelli già presenti ed esposti in città. Con la ritrovata pace del 1918 apparve impellente affidare alla materia scolpita il compito di riconoscenza verso coloro che la guerra l’avevano vissuta e l’avevano anche vinta. Così i Giardini si popolano di personaggi della storia militare. Il busto di Guglielmo Oberdan (1921),
patriota irredentista, opera anche questa di Annibale De Lotto, viene collocata nel lembo più orientale dell’area verde, entro una cancellata in ferro battuto di Umberto Bellotto dagli artistici rimandi simbolici. All’altro lato verso Oriente nel 1929 viene invece collocata la Colonna della Vittoria ai marinai italiani della Grande Guerra, qui trasportata da Pola, originariamente dedicata nel 1867 da ufficiali
austriaci all’Arciduca Massimiliano d’Austria per la vittoria di Lissa. Emblematico esempio, ricorrente nella storia, di come uno stesso monumento in diversi momenti possa servire alla celebrazione di personaggi e fatti addirittura conflittuali tra loro. Inequivocabile, invece, il significato che si volle attribuire in piena epoca fascista (1932) al busto di Pier Luigi Penzo, opera ancora giovanile di Francesco Scarpabolla. L’aviatore, già distintosi nella Grande Guerra, fu mandato in soccorso dei superstiti della Tenda Rossa scampati al tragico epilogo del dirigibile Italia. Morirà poi in Francia nel 1928 in un incidente di volo. Ancora a una figura della Grande Guerra e ancora di Francesco Scarpabolla è il busto che ritrae il generale Giorgio Emo Capodilista, che a Pozzuolo del Friuli si trovava al comando dell’ultima carica di cavalleria per contrastare l’avanzata delle truppe avversarie dopo Caporetto. Fuori da intenti celebrativi e di altra epoca, ma meritevole di essere comunque segnalato, dello scultore Antonio Guicciarelli è il gruppo marmoreo di Minerva sul leone, che nel 1830 era stato posto a coronamento della facciata dell’Accademia di Belle Arti. Di lì fu rimosso nel 1939 e trasferito in uno degli angoli più ombrosi e oscuri dei Giardini, quasi a volergli negare visibilità.

Alla fine della Seconda Guerra si dà il via alla doverosa riconoscenza verso coloro i quali più di tutti l’avevano sofferta, con monumenti
non più dedicati a singole persone ma destinati a rinnovare memorie collettive. Del 1951 è la lastra marmorea con altorilievo a ricordo delle Vittime e dei reduci di prigionia, opera di Angelo Franco, allievo del Lorenzetti, presente con altre sculture in città e al cimitero di San Michele. Del 1969 è invece la scultura bronzea con la Partigiana di Augusto Muner, adagiata su un basamento che affiora dalla laguna progettato con la conosciuta genialità da Carlo Scarpa. A più di cinquant’anni dall’inaugurazione, oltre a ricordare ancora i valori della Resistenza, quest’opera, invasa dalle alghe per l’innalzamento del livello delle acque, costituisce oggi preoccupata memoria e induce
alla riflessione sulla fragilità e la precarietà della città che la ospita. Anche a questo servono i monumenti.

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