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Kim Ki-Duk

di Cesare Stradaioli
  • martedì, 6 settembre 2022

Non vedremo più a Venezia il grande regista coreano, ospite pressoché fisso della Mostra: ce l’ha portato via il Covid-19 verso la fine del 2020, a poco più di 60 anni, e la perdita è davvero grave. Se non altro ci sarà modo e ragione per rivedere le sue opere: difficili, fredde, pregne di simbolismo orientale, non sempre immediatamente comprensibile alla cultura occidentale e tuttavia allo stesso tempo così stimolanti e piene di vitalità, a dispetto degli squarci di morte e desolazione che spesso le innervano.
Non pochi i tratti in comune con il più noto e significativo rappresentante del cinema asiatico contemporaneo Takeshi Kitano: provenienti entrambi dalla pittura, sia pure a livelli diversi, l’elemento figurativo è presente quasi in ogni inquadratura dei loro film, portando nella loro cinematografia irruenza e voglia di esplorare la psiche umana, spesso con pochissimi dialoghi. L’altro fondamentale tratto che li accomuna è l’uso, verrebbe da dire, ‘naturale’ e perfino disinvolto della violenza, tanto fine a sé stessa nelle singole vicende quanto indispensabile nella narrazione, a tratti didascalica.
Le donne e gli uomini che vediamo sullo schermo sono spaesati, incerti e, malgrado ciò, in perenne movimento a dispetto dell’apparenza di staticità e ripetitività delle loro vite: i suoi film sono ricchi di riferimenti autobiografici, espliciti ammiccamenti al suicidio, sia come scorciatoia per sottrarsi alla sofferenza, sia come logica conclusione di un ciclo vitale, il tutto avvolto da un’aura di spiritualità che spiazza lo spettatore.
Emblematico, in questo senso, il fatto che il regista si sia riservato una parte fondamentale nel film Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, il ruolo di un vecchio monaco buddista, lasciandoci così il rimpianto di altre, eventuali ma non più possibili interpretazioni.

LA CHIAMATA DEL CIELO

I toni cupi, la brutalità innata nell’essere umano, le azioni crude e la pulsione all’autodistruzione: questi sono alcuni dei moduli ricorrenti in Kim Ki-duk. Il postumo

LEGGI
Kim’s five
L’isola
(2000)

La parabola del pescatore, dell’assassino e dei gendarmi in sella e con le armi, ambientata in una specie di villaggio turistico. Dal proposito di suicidio all’amore, fino quando tutto si incrina e la tranquillità si interrompe bruscamente.

Indirizzo sconosciuto
(2001)

Tre vite di adolescenti di incrociano in una cittadina nella quale si trova una base militare americana: guerra, conflitti generazionali e lettere mai recapitate a un indirizzo sconosciuto. Film d’apertura di Venezia 58.

Primavera, estate, autunno, inverno...
(2003)

All’interno di un eremo buddista si narra la successione delle stagioni nella vita di un monaco: ogni cosa nasce, si sviluppa, finisce e ricomincia, il tutto accompagnato dalla simbologia di un animale per ogni stagione.

Ferro 3 – La casa vuota
(2004)

Un giovane squatter si introduce in case d’altri e le vive come proprie, non senza mettere tutto in ordine prima di andarsene e passare alla casa successiva. In una di queste trova una ragazza (i loro nomi non verranno mai pronunciati) che lo segue nel suo cammino di vita.

 

Pietà
(2012)

L’amore freddo come la morte di fassbinderiana memoria: gelida rappresentazione (il titolo è ispirato al capolavoro michelangiolesco) di come bugie, prepotenze e doppiezze condizionino le vite di un pugno di persone. Meritatissimo Leone d’Oro.