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Alice Diop

di F.D.S.
  • mercoledì, 7 settembre 2022

Un’icona del servizio pubblico del trasporto parigino attraversa tutte le opere di Alice Diop, la regista francese nata da genitori senegalesi nella banlieue parigina di Seine-Saint-Denis, la culla del jihadismo francese: la metropolitana RER B, che a Nord parte dall’aeroporto De Gaulle, attraversa il centro di Parigi e a Sud finisce a Plessis-Robinson. Appare in ogni suo film a fare da collante-cornice discorsiva e metaforica della irriducibile molteplicità delle città che formano la Città, della vicinanza-distanza tra periferia e città storica, tra margine e centro.
Che descriva le difficoltà di un giovane attore nero ad affermarsi nel teatro ipocrita governato dai bianchi, le confessioni sull’amore di quattro giovani della banlieue, i problemi di salute degli immigrati che trasformano l’ambulatorio medico in una trincea sanguinosa della politica sociale francese, o il patchwork di esistenze che affollano la RER B, la camera di Diop ha sempre una leggerezza raffinata e ironica nel rappresentare i luoghi della sofferenza, senza nessuna vocazione alla condanna sociale precostituita. Ma soprattutto una grande capacità a far trapelare, sotto la crosta del format documentario, l’inesauribile ricchezza delle vite umane, le loro storie sottese, la specificità esistenziale di ciascuno dei soggetti ripresi. Un cinema che parte dal genere documentario, appunto, per arrivare alla finzione assoluta, tanto più affascinante quanto più scevra dalla logica del rispetto di sceneggiature e story-telling, disposizione necessaria per costruire un’intima comédie humaine di matrice balzachiana. Ci vengono in mente, come possibili riferimenti, La schivata di Abdel Kechiche, l’Al Pacino del Riccardo III, i romanzi di Carrère: arte che trasforma il reportage in una corrente inesausta di vita.

SAINT OMER

Ispirato ad un fatto di cronaca che sconvolse la Francia nel 2013, il film segue la vicenda di Rama, scrittrice trentenne e in procinto di diventare madre, mentre assiste a un p...

LEGGI
Alice's four
La mort de Danton
(2011)

[doc] L’attore nero immerso nel teatro dei bianchi si indigna perché un bianco può tingersi la faccia di nero per interpretare Otello, ma non è permessa l’operazione opposta (all’Arena di Verona avrebbero dovuto vedere questo film anni fa…).

Vers la tendresse
(2016)

[doc] La Comizi d’amore delle banlieues francesi. Il medio-doc di Diop rivela la brutalità dei cliché erotici di oggi, ogni tanto squarciati da lampi autobiografici che fanno intravedere la strada verso una nuova consapevolezza.

La permanence
(2016)

[doc] Cinepresa fissa sui volti dei pazienti immigrati che affollano un ambulatorio della periferia parigina. Come sempre avviene con Diop, la descrizione neutrale e distaccata del dispositivo pubblico (che avrebbe interessato Wiseman) passa in secondo piano rispetto alle storie individuali che erompono dalla crosta formale del colloquio medico-paziente

Nous
(2020)

[doc] Uno spaccato della realtà attraverso attimi rubati alle vite di umani che gravitano nei territori attraversati dalla metro RER B (un meccanico, un’infermiera a domicilio, i partecipanti di una caccia al cervo a Fontainebleau, la stessa regista). Sembra Sacro GRA, ma Diop non pratica nessuna concessione all’eccentrico e allo story-telling. E quando l’infermiera va a trovare un’anziana a casa per farle l’iniezione e questa ricorda «Io e mio marito da giovani andavamo al cinema due volte a settimana…», beh, come non provare un certo senso di rimpianto…?