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Martin McDonagh

di Andrea Zennaro
  • lunedì, 5 settembre 2022

Con una solida formazione teatrale che l’ha portato a vincere svariati premi come commediografo, McDonagh passa al cinema vincendo subito un Oscar per il cortometraggio Six Shooter (2004). Il concetto di espiazione e di redenzione viene toccato più volte nei suoi film, di cui è anche sceneggiatore. Dai suoi personaggi, spesso deplorevoli, emerge in modo efficace una trasformazione interiore che finisce per diventare centrale nello sviluppo della trama verso un lieto fine catartico, anche se spesso non risolutivo.
Con i primi due film McDonagh fatica a creare un meccanismo emozionale perfetto e alle volte ci si trova di fronte a qualche stortura di scrittura e di messa in scena. Con In Bruges – La coscienza dell’assassino del 2008, nonostante la storia interessante dei killer al confino e la bellissima location, McDonagh sembra non riuscire a tenere assieme tutti gli spunti interessanti messi sulla pagina scritta. Nel 2012, con 7 psicopatici, il regista mette a nudo il processo creativo durante lo svolgimento del film, come ne Il ladro di orchidee di Spike Jonze: siamo nei pressi del metacinema con ammiccamenti al pulp tarantiniano, ma, nonostante il lato ironico, sembra che il racconto fatichi ad essere omogeneo. Poi però nel 2017 arriva Tre manifesti a Ebbing, Missouri (Premio Osella per la Miglior Sceneggiatura a Venezia e gli Oscar a Frances McDormand e Sam Rockwell), in cui finalmente McDonagh riesce a costruire una cattedrale drammaturgica di altissimo livello, che viene pluripremiata e osannata dalla critica: attori in stato di grazia per un dramma che colpisce allo stomaco.

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