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Paul Schrader

di F.D.S.
  • sabato, 3 settembre 2022

Il cinema di Paul Schrader cerca di rispondere ad un unico interrogativo: come può un’arte nata per riprodurre artificialmente la realtà riuscire a restituire il trascendente, l’immateriale, lo spirituale? Di fede calvinista, uscito dal seminario fresco di studi teologici, cerca subito di dare una risposta al quesito scrivendo la sua tesi di laurea sul cinema trascendente di Ozu, Bresson, Dreyer, passando poi a scrivere sceneggiature destinate ai film memorabili della Nuova Hollywood (Yakuza, Taxi Driver, Complesso di colpa, Toro scatenato), infine caricandosi sulle spalle il peso della risposta e producendo, in un arco di 40 anni, un corpo di film sull’offuscamento del diritto costituzionale degli USA alla felicità, sul male come perdita progressiva dello stato di benessere, immortale trademark americano, e sulla possibilità della redenzione dal peccato accettando l’esclusione dalla comunità degli altri.
Nemico dei generi più per necessità artistiche che per scelta maturata, Schrader accetta la violenza, l’eccitazione e l’empatia del mainstream hollywoodiano, ma li torce e li trasforma all’interno di una struttura che ha perduto tutte le illusioni, dove regna il vuoto di una nuova consapevolezza sulla totale ipocrisia manipolatoria del potere. C’è in Schrader come una smorfia di disgusto, di indignazione nei confronti dei riti sacrificali attraverso i quali la società procede a modificare, proteggere e rinsaldare i propri legami di relazione. In questa sua vena di irriducibile combattente sta la cifra ultima della sua preziosissima arte. Il Leone d’Oro alla carriera arriva quindi non solo a celebrare una carriera di grande sceneggiatore e grande regista (basterebbe solo a motivare la qualifica quel capolavoro di American Gigolò del 1980, ennesima riproposizione del tema caro al regista della caduta agli Inferi, ma innervato da una attenzione nuova alla superficie lustra e fashionable degli anni ’80), ma anche un ‘punto di vista’ sul cinema e sulla società sempre lucido, vigile e implacabilmente dolente.

 

Paul’s five
Il trascendente nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer
(1972)

[Libro] Studioso di cinema prima che sceneggiatore e regista, nel 1972 gli viene pubblicata la tesi di laurea e da allora lo sforzo di rappresentare il Sacro sarà sempre la pulsione primaria dello Schrader regista

Taxi Driver
(1976)
di Martin Scorsese

[Sceneggiatura] Nella New Hollywood, già allora del tutto sbocciata, si confondeva davvero la vita con il cinema. Schrader diede così a De Niro i suoi stivali, la giacca e i pantaloni perché li indossasse nel film.

American Gigolò
(1980)
di Paul Schrader

[Sceneggiatura, Regia] Nel 1978 Il cacciatore, nel 1979 Apocalypse Now, nel 1980 si entra invece nel decennio dell’individualismo, dove la guerra si trasforma in macchinazione, simulacro, sceneggiatura totale della menzogna politica.

Lo spacciatore
(1992)
di Paul Schrader

[Sceneggiatura, Regia] Il peccatore schraderiano si redime attraverso una ricerca interiore che si manifesta con le forme e le disillusioni di una esclusione dall’Eden.

The Walker
(2007)
di Paul Schrader

[Sceneggiatura, Regia] A conferma di un opus tra i più coerenti di ricorsi ed ossessioni, dopo 27 anni da American Gigolò Schrader ripropone la figura di un altro gigolò come protagonista di un suo film.